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Message posted on : 05/10/2010
Author : don Luciano
Topic : ANZIANI IN CITTA'

COSTRUIRE NELLA CITTA’ UNA RETE DI SOSTEGNO ALLA PERSONA ANZIANA, INTERVENENDO SULLA SUA FRAGILITA’ CORPOREA, MORALE E PSICO-SOCIALE

Introduzione

MILLE VOLTI PER LA TERZA ETA’

La terza età non è sempre ben definibile focalizzandola come ambito di un’età precisata nel tempo: i risvolti innumerevoli infatti che ne derivano riguardano le varie agenzie che interagiscono con la persona che entra nell’età pensionabile e comunque lontana da un’attività lavorativa dipendente o autonoma vera e propria.
Spesso infatti la persona che entra nella terza età trova occupazioni diversificate a livello personale: passioni e hobby vari: ginnastiche sociali, momenti ricreativi in vari ambiti sociali, occupazioni famigliari quali baby sitter e custodi della parentela giovane, impegni lavorativi non riconosciuti (lavoretti “in nero”), aiuto e sostegno in associazioni non onlus.
Proprio per questo non è possibile a primo achito dare una definizione della terza età e del suo volto, che si esprime spesso in maniere e età spesso distanziate, ma accumunate solo dal fatto di uscire dall’età socialmente riconosciuta come lavorativa.
La terza età, quindi, apre a una miriade di volti sociali, famigliari e personali che ampliano la definizione della stessa e non la possono ridurre e racchiudere in una precisa definizione.

1. IL MONDO (DELL’) ANZIANO

a) CHI E’ ANZIANO
L’anziano quindi non è tanto colui che ha un’età specifica, ma colui che entra a far parte di un contesto che uscendo dall’età lavorativa in e dipendente, si ritrova con problemi di gestione personale, famigliare, parentale, sociale, morale e sanitaria. Parlare di “terza età” è quindi molto riduttivo, e dire “vecchi” assume un sostantivo che apre al negativo della visione della vita. Per questo, pare proprio essere il termine “anziano” il più indicato, e che quindi adotteremo nel percorso in atto. Nell’etimologia del termine, l’anziano esprime d’altronde sia l’aspetto negativo dell’essere “più avanti” negli anni, che quello positivo, dell’essere più di “autorità”, esperto nella vita.

b) QUANTI SONO ANZIANI
Numericamente, non è possibile a questo punto dare una fenomenologia dell’anziano in quantità sul territorio, né la statistica ci aiuterebbe in qualche modo, dopo queste premesse. Pare invece indubbio che il progresso umano va verso la società di tipo anziano e non verso un ricambio della generazione. I motivi non ci riguardano, in questo contesto, ma appare comunque evidenziato che il lavoro socio-assistenziale sul territorio impegna sempre più l’operatore verso la dimensione dell’anziano, che non verso altri settori, quali la giovinezza o l’aspetto famigliare.
c) COME VIVE L’ANZIANO
L’anziano tende a vivere da isolato e ad essere isolato o perlomeno relegato nella struttura che ne se occupi (R.S.A., C.D.I.). Poche volte e sempre meno la società di oggi investe in un progetto in base al quale il soggetto anziano possa vivere nel proprio contesto con l’aiuto e il sostegno dell’assistenza domiciliare, la quale se da un lato è ampiamente apprezzabile dalle famiglie e dall’anziano stesso, non trova riscontro ancora ad oggi nella convinzione delle scelte politiche e dell’investimento sociale e comunitario della comunità, forse non trovando plauso da parte delle forze sociali, o forse in quanto l’investimento economico dei progetti della città privilegia altri settori più appariscenti e che si affaccino meglio sul futuro dell’evoluzione sociale. Dimenticare questa dimensione, in appunto, significa in effetti non riconoscere che non sappiamo accogliere nel futuro quella comunità anziana che sempre più si affaccerà in preponderanza come settore della città, intervenendo sempre più come base e confronto necessario, prima o poi, per le scelte di vita.

2. ANZIANITA’ E CITTA’

a) ANZIANITA’ CHE INFLUENZA LA CITTA’?
Il muoversi dell’evoluzione verso la generazione espressa sempre più come risultato di anzianità non può lasciare indifferente la città nel suo vivere, nel suo programmare, nel suo progettare e nel suo crescere culturale, sociale e morale.
Il “termometro” per valutare questa influenza e tenerla sotto controllo per guarire dalle malattie che nella città esprimono questo aspetto dell’anzianità (solitudine, paure, abbandono, chiusure, pregiudizi, incapacità al dialogo, alla gestione del proprio corpo, dei propri beni, impossibilità ad esprimere la propria cultura e saggezza esperienziale) sono i ritrovi degli anziani: la loro dislocazione e la loro quantità e attività fa capire alla città come muoversi e dove muoversi per far sì che l’anziano non si chiuda, ma si apra e sia risorsa per la città. Interessante sarebbe considerare non solo come vengono progettate e gestite le attività di questi vari”centri di aggregazione” e quante persone anziane vi partecipano, ma entrare nel profondo del problema in questione chiedendoci nella nostra rilevazione: come e quando questi centri interagiscono con la vita della città? Se interagiscono, troveremo anche le linee progettuali per apportare nuova energia di movimento benefico alla città, mescolando il dialogo e le attività generazionali in corso; ma se non troviamo interazione nella città, si va verso l’isolamento settoriale negativo dei centri stessi e la città ne subirà un rallentamento nel proprio progresso, aumentando il tenore di anzianità della propria atmosfera sociale e morale. In paradosso, una città senza interazione con le forze anziane – seguendo il percorso etimologico – non andrà mai avanti, ma sarà sempre più anziana.

b) SERVIZI SOCIALI O ASOCIALI?
Fino a che punto, dopo queste considerazioni fatte, possiamo attestare che il servizio sociale corrente è appunto “corrente” e non stagna sull’anziano? Ogni servizio sociale, per sua identità, non può prescindere dalla città e dal volgersi ad essa; servire l’anziano in se stesso, nel suo bisogno, non è sevizio sociale, ma semplice assistenza, che pur benefica, può essere eseguita in primis dalla famiglia sostenuta con adeguata economia, da onlus di appoggio, da volontariati vari, da enti a vario titolo, che possono eseguire correttamente l’assistenza alla persona anziana. Ma solo e soltanto il servizio sociale ha il compito e la missione (quasi una sfida) di sollevare la persona anziana dal terreno della propria settorialità alla condivisione sociale e cittadina: solo il servizio sociale deve avere questa potenzialità che lo contraddistingue e che lo fotografa come emblema della comunità in rapporto con la persona singola. E al servizio sociale la città affida il compito e l’avventura di scommettere, con questo progetto, verso il futuro vivibile dell’anziano, dell’anziano nella città, della città che con l’anziano progredisce verso il domani. Se il servizio sociale di questo tipo manca o è ridotto alla semplice assistenza personale, il servizio sarà sempre più asociale nel suo progetto e nei suoi effetti, con un pessimo risultato per la propria attività e quindi identità.

c) CHE PUO’ FARE LA CITTA’?
Le risorse della e nella città sono innumerevoli, ma forse vanno spesso sprecate in semplici attività e provocazioni del momento, senza un progetto che abbia un’ossatura e uno scheletro che sorregga l’intera progettualità e la realtà anziana in atto nel nostro contesto. Cosa intendiamo per ossatura? Semplice e subito fattibile: proporre e progettare a partire sempre dall’esperienza. L’esperienza: questa è la migliore realtà dell’anziano, questa è la migliore e più vera realtà della città. Fare incontrare queste due esperienze diventa non un semplice binomio di attività, ma un dialogo e anzi un connubio generante di nuove attività. E’ proprio sulla base dell’anzianità e della sua esperienza, ci insegna ogni cultura, che sorge, proprio da questo antico, il futuro autentico della civiltà; quindi, anche della nostra città. La politica bistrattata e occupata nell’affare del momento e nell’apparire tradisce finora questo connubio generante progettuale; ma il ritorno ad esso è la garanzia della nascita delle attività della città, attività piene di vita, di saggezza e di esperienza; mentre ora lo sono primariamente e spesso solo nel fare che si smorza presto e subito.



3. ASSISTENZA DOMICILIARE

a) LO RICOVERIAMO O NO?
L’anziano da ricoverare è spesso soprattutto un problema da sistemare, in ordine famigliare.
Si dimentica spesso la dimensione sociale, che invece è la più fondante: in questo contesto della città, come si sta muovendo questo anziano? Si muove? Non riesce a orientarsi? Non trova sostegno? Quali sono i suoi punti di riferimento? Chi sono le persone che lo aiutano? Dove trova il senso e l’orientamento per vivere la giornata?
Queste domande non dovrebbero essere prime di tutto della famiglia, ma della città. Invece, oggi avviene il contrario, e anche la risposta viene data sull’urgenza della situazione famigliare, mancando di netto un approccio sociale.
Dimentichiamo anche che la famiglia non fa vivere l’anziano in base alle proprie esigenze soggettive, rendendolo quindi schiavo benservito delle considerazioni e scelte famigliari. In realtà però la vita propone alla famiglia l’anziano come regola di esperienze e di saggezza di vita, da avere come riferimento nelle scelte della famiglia e quindi anche, un giorno, verso l’anziano.
Ricoverare un anziano senza questo presupposto risolve un problema pratico, ma ne fa sorgere altri: quello affettivo, quello sociale, quello della scala dei valori, quello del dialogo e dell’accettazione della realtà nella sua dimensione di pienezza e di debolezza e fragilità. Eliminare la questione fragilità apre nella famiglia una falla che spesso, come poi constatiamo, si ribalta sulla famiglia stessa, che non allenata più e non più disposta all’interazione con la fragilità, soffoca in se stessa l’incapacità di accoglienza che nell’anziano fino ad allora aveva come occasione da evitare.
Ricoverare un anziano è spesso equivalenza del ricoverare la famiglia moralmente; e non meno, tanti ricoveri in città esprimono una città anziana ricoverata e perdente nella saggezza, nell’esperienza, nella socialità, nei valori e nella condivisione; in fin dei conti, è la perdita nel presente in atto del progetto di un futuro sereno. Le civiltà primordiali, in questo, insegnano molto alle nostre città.

b) CHI LO AIUTA IN CASA?
L’assistenza domiciliare è valida, a questo punto? Certamente. Se la condizione della scelta rispecchia e rispetta sempre una cultura: una attenzione cioè a una crescita morale, sociale, aprendo la famiglia dell’anziano o l’anziano stesso, se da solo, a una dimensione più ampia: quella dell’oltre il proprio mondo, il proprio interesse, le proprie magagne, i propri desideri. Se la domiciliarità non fa cultura, cioè se non si raffronta con quello che c’è o non c’è nella città, non si è più cittadini, ne da parte di chi assiste, né da parte di chi è assistito. L’operatore della domiciliarità non può mai adeguarsi allo stile dell’anziano – con il rischio di ragionare come lui e con lui a modo suo – ma deve sempre provocare in bene, stimolare, seguendo un progetto che la città gli affida nel momenti della sua operazione a domicilio. Far vivere la città nella casa dell’anziano è l’ideale che l’operatore sminuzza nelle sue particelle di tempo, dove è importante la quantità, ma soprattutto la qualità, come cultura arricchente l’anziano, il proprio contesto, e in fin dei conti, anche l’operatore stesso, che nell’esperienza in atto si aggiorna continuamente e si raffronta con il tessuto cittadino.

c) UN SERVIZIO
L’operatore in servizio è importante che non si senta mai solo: che si senta mandato dalla città, per la città e abbia un ritorno alla città. Questo requisito è necessario affinché il servizio sia tale e fruttuoso, ad di là degli effetti constatabili al momento. La revisione, la riprogrammazione, la ristrutturazione e la condivisione dell’esperienza del servizio svolto è comunque energia positiva in atto nella città, che rende l’atmosfera lavorativa e operativa a tutti i livelli più vivibile, più credibile e facilmente realizzabile. Il trai d’union che è l’operatore garantisce alla città di essere per l’anziano, e all’anziano di essere nella città, e questo collegamento fa scorrere linfa di progresso da entrambe le parti.

d) AIUTARE CHI AIUTA
Se la città scommette il proprio futuro sull’intervento a favore dell’anziano, esiste anche un codice di garanzia che permette alla stessa città di avere una cartina tornasole del proprio progresso e dell’utilità in questo investimento. Oltre alla famiglia dove l’anziano si trova, il risultato del procedere viene diagnosticato dall’operatore sul territorio.

Anzitutto, di quali strumenti necessita?
- Di un elemento economico che non garantisca, come finora avviene, il già fatto, per essere risarcito, ma che si applichi alla piccola progettualità che l’operatore, in sintonia con il mandante e in accordo con la famiglia, mette in atto. L’anziano diventa in questo contesto la “biopsia” della città e del suo sistema, del grado di capacità di attuazione della progettualità, del progresso inteso come investimento del bene culturale, e come cura per la città là dove essa, proprio a partire dall’anziano assistito, mostra di necessitare di particolari atteggiamenti da valorizzare sul territorio: superamento delle barriere architettoniche, socializzazione, partecipazione, intervento in ambiti più ampi, condivisione con le strutture.
- Di una connessione con le agenzie che interagiscono con l’anziano e che nella città possono fornire aiuto e sostegno all’opera di aiuto in corso, facilitando la struttura a rete e non settorializzante delle realtà adiuvanti.
- Di avvicinare le strutture della responsabilità politica della città, favorendo un forum delle realtà volontarie e dipendenti dal sistema cittadino, dal quale far emergere i tratti salienti dell’operatività in atto e quella in potenza, da poter progettare e attuare in tempi brevi e rapidi.
- Di una formazione e aggiornamento psicologico e terapeutico da poter mettere in atto con più disinvoltura e rapidità, superando la fase troppo burocratica e facendo emergere meglio le attestazioni del percorso in atto, quali materiali di analisi, di revisione e di progettazione del percorso.

e) VALUTARE IL PERCORSO
L’operatore nel cammino pone una sorta di attestato che non deve assolutamente essere lasciato all’abbandono e alla dimenticanza: proprio il fare memoria, elemento così prezioso per l’anziano, diventa anche per l’operatore un’occasione per raccogliere e valutare il materiale estrapolato dall’esperienza del suo servizio alla persona assistita, alla propria persona in crescita, al progresso della stessa città. Avere un gruppo di revisione e riconsiderazione dell’esperienza in atto migliora le attitudini, corregge il tiro, evita gli eccessi, colma le carenze e pone in essere le nuove strategie a monte, per scendere poi nel contesto della città seguendo strade e sentieri proficui e valorizzanti.


4. ANZIANO E FAMIGLIA

a) LA FAMIGLIA INTRAPPOLA…O LA FAMIGLIA IN TRAPPOLA?
Già: la famiglia chiude nel suo sistema e soffoca l’anziano e lo sminuisce e lo deteriora nell’essere e nell’agire, lo scema nelle sue potenzialità; oppure, a causa dell’anziano in famiglia, tutti sono vincolati, costretti e intrappolati nel vivere quotidiano, nelle scelte (vacanze,…) e nelle decisioni della vita (quante stanze la casa?...chi di noi oggi lo segue?...). Valori, sentimenti, scelte, ideali, modi di vita e partecipazione alla società, tutto questo viene condizionato nella famiglia che ha con sé l’anziano. Ma anche per l’anziano, tutto deve essere relativizzato al fatto di essere e dovere agire nel contesto di quella famiglia che lo accoglie in quel momento (magari a turno).
Gestire la questione dal punto di vista della reciprocità aiuta entrambi a trarre vantaggio lungo il cammino; e l’operatore non può non tener conto di questa dimensione nel suo intervenire in questi ambiti.

b) PROBLEMI IN GESTIONE PIU’ CHE IN SOLUZIONE
I problemi in effetti si impara ad affrontarli di volta in volta, con meno progettualità da parte della famiglia (mentre essa è affidata all’operatore), anche per il variare continuo della situazione sanitaria e morale della persona anziana. Il problema che sopraggiunge diventa scuola di vita, allenamento del vivere cittadino nella piccola realtà famigliare,e se il presupposto è l’accettazione della realtà per quella è che, anche la gestione problematica non elimina, ma aiuta a vivere il problema con più serenità. In questo contesto l’importanza della gestione psicologica e del supporto dell’operatore, non direttamente coinvolto in nessuna delle parti in causa, diventa oggettivamente l’aiuto più necessario al momento della situazione problematica. L’anziano, in un contesto più ampio, ci aiuta a gestire la città e i suoi problemi con più serenità, là dove si accetta la mediazione della persona che da un lato rappresenta il sociale, dall’altro il singolo, e li gestisce in equilibrio: è la missione dell’operatore.

c) ANZIANO…FIGLIO DEI PROPRI FIGLI?
La risorsa dell’anziano sono i figli; ma spesso questi si tramutano in genitori, qualche volta anche molto severi e intransigenti; l’anziano subisce e si rimpicciolisce psicologicamente, quasi un figlio di essi, rinunciatario alla questione dialogo, diritti, partecipazione, opinioni, richiami…
Con molta e delicata tattica, l’operatore interagisce e può fornire in questo caso una coscienza critica e capace di rimettere in piedi anche solo in nuce una relazione troncata, una possibilità sfumata, un progetto deluso, un’aspettativa non appagata.
Il ruolo genitoriale non deve confondersi mai, nemmeno se il genitore perdesse il senno: lui è sempre autorità genitoriale, tu sei sempre figlio. Certi modi cambiano, ma l’animo e la sostanza non possono essere traditi: ne va dell’anziano, ne risente la figliolanza che non ammette il proprio essere derivato. Anche qui, l’operatore è chiamato a trattare l’anziano come tale e i figli come tali, richiamando con il proprio atteggiamento e non adeguandosi o magari sostenendo una modalità istintiva dell’essere padre o dell’essere figlio. Anche l’anziano che non sa più parlare, emette e provoca un linguaggio non verbale che aiuta a crescere chi gli è accanto; dimenticarlo in questo ruolo è uccidere moralmente le sue (e quindi di riflesso nostre) potenzialità.

d) LA FAMIGLIA DELLA CITTA’
Quando l’anziano è solo, senza famiglia, (ma anche quando ce l’ha), la sua famiglia diventa a un certo punto la sua città: questo è l’ideale di ogni persona che, anche in mezzo al traffico e al caos della metropoli, esita a stare solo in casa, e si avventura, rischiando spesso anche di grosso, sulle strade e per le vie, l’avventura del sentirsi famiglia: del sentirsi amato da qualcuno. E così, capita spesso e sempre più di vedere aggirarsi nelle città gli anziani, a zonzo alla ricerca del senso della giornata, di un’amicizia; anziani che soli in casa, alla prima scampanellata, senza chiedere chi è, aprono a quel qualcuno che essi sperano e invocano come un raggio di luce nella loro solitudine, come un conforto nelle loro paure, come una speranza di vedere accanto a sé in quella giornata anche solo uno sconosciuto…a rischio e pericolo, ma ne vale la pena: da soli si muore moralmente!
La città deve imparare a farsi famiglia dell’anziano, a creare una rete di speranza, di visibilità in una metropoli spesso anonima, dove un volto qualsiasi, ma inviato dalla città, personalizza la speranza, la vita, il futuro, l’amore che viene meno, l’amicizia dei ricordi; e rievocare, non è solo compito della città nelle grandi e ufficiali occasioni, ma diventa un impegno, una proposta, un’avventura della stessa città, chiamata a condividere, con la base dell’esperienza di chi è passato prima di noi, un cammino verso una generazione sempre più aperta alla speranza, alla giustizia e alla pace.

Conclusione
Costruire nella città una rete di servizio sociale che cresca in se stessa positivamente e in relazione con l’anziano e la famiglia è una realtà attuabile solo alla condizione di ripartire dalla considerazione del problema e delle risorse dal basso, cioè dal punto di vista del soggetto “anzianità”, visto non come oggetto del servizio (carenza di impostazione dell’attività socio-assistenziale odierna) ma come soggetto che anima il servizio stesso, lo valorizza, lo reimposta, lo riesprime con esperienze sempre in atto, lo rende significativo ed efficace per l’assistenza non solo della persona moralmente e fisicamente fragile, ma per la stessa anima della città, che ha urgente bisogno di essere rivitalizzata orientandosi meglio alla propria natura: quella della condivisione, della partecipazione, dell’attenzione alla fragilità non più come limite ma come possibilità.
L’esperienza condivisa, punto focale e motore della ricerca e del progetto sociale di intervento e di assistenza, diventa allora la scommessa da mettere in atto per riprendere in mano l’identità della città stessa, ora in mano alle istintività passionali o alle direttive politicizzate e interessate a livelli settoriali e non comunicanti.
Ridare stimolo all’attenzione socio-assistenziale verso l’anzianità diventa allora un riaprire il volto della città alla condivisione dell’esperienza di ogni cittadino che, riequilibrando le proprie realtà di saggezza, esperienza e condivisione, contribuisce a far brillare la comunità della città.

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